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William Shakespeare

Romeo e Giulietta

Atto terzo - Scena prima - Una piazza pubblica


(Entrano Mercuzio, Benvolio, un Paggio e alcuni Servi)

Benvolio: Te ne prego, buon Mercuzio ritiriamoci: la giornata è calda, i Capuleti son fuori di casa, e, se ci incontriamo, non potremo evitare una rissa, poiché in queste giornate di caldo il sangue, inviperito, ribolle.
Mercuzio: Tu somigli ad uno di quei compari che, appena varcato il limite della taverna, mi sbattono la spada sulla tavola, e dicono:
"Dio faccia che io non abbia bisogno di te!" e per effetto del secondo bicchiere, la tiran fuori per accoppare il coppiere, senza che in verità ve ne sia bisogno.
Benvolio: Somiglio ad un compare di questo genere?
Mercuzio: Via, via, tu col tuo carattere sei un campione così focoso, che l'Italia non ha l'uguale: tanto pronto ad essere eccitato al cattivo umore, quanto pronto ad avere l'umore cattivo per divenire eccitato.
Benvolio: E che altro ancora?
Mercuzio: Nulla, e se ci fossero due uomini di questa fatta, resteremmo presto senza nessuno dei due poiché uno ucciderebbe l'altro. Tu, insomma, attaccheresti lite con uno, perché ha nella barba un pelo di più o un pelo di meno di quello che tu hai nella tua.
Leticheresti con uno che schiaccia le noci, soltanto per il fatto che tu hai gli occhi color nocciola; ora, quale occhio, che non fosse come quello tuo, scoverebbe un motivo come questo per attaccar briga? La tua testa è piena di litigi, come un uovo è pieno di sostanza; eppure, a forza di leticare, ne ha ricevute tante da diventar guasta come un uovo. Hai fatto lite con un uomo che aveva tossito per la strada, perché con la sua tosse aveva svegliato il tuo cane che dormiva sdraiato al sole. Non ti sei preso a parole con un sarto, perché s'era messo la sua giubba nuova prima di Pasqua? Con un altro non hai avuto che dire, perché s'era legato le scarpe nuove con dei lacci vecchi? E vieni a predicare a me, di non fare l'attaccabrighe!
Benvolio: Se io fossi pronto ad attaccar lite come sei tu, potrei vendere il feudo assoluto e semplice della mia vita, al primo che volesse comprarlo, per un'ora e un quarto di esistenza.
Mercuzio: Il feudo assoluto e semplice? O semplicione d'un uomo!
Benvolio: Per la mia testa, ecco qua i Capuleti.
Mercuzio: Per i miei talloni, non me ne curo. (Entrano Tebaldo ed altri)

Tebaldo: Stammi accanto, perché voglio parlare con loro. Signori, buon giorno; una parola con uno di voi.
Mercuzio: Non più che una parola, e con uno solo di noi ?
Accompagnatela, almeno, con qualche altra cosa; fate: una parola e un colpo di spada.
Tebaldo: Mi troverete discretamente pronto anche a questo, messere, se vorrete darmene l'occasione.
Mercuzio: Non potreste pigliarvela da voi, qualche occasione, senza che vi fosse data?
Tebaldo: Mercuzio, ti sei concertato con Romeo...
Mercuzio: Concertato! Che, ci hai preso per dei menestrelli? Se tu ci credi menestrelli, bada che tu non abbia a sentire altro che delle stonature, ecco l'arco del mio violino; e questo è quello che ti farà ballare. Altro che concerto!
Benvolio: Noi stiamo parlando in un pubblico ritrovo di gente: o ritiriamoci in un luogo appartato, e ragionate delle vostre lagnanze con un po' di calma, oppure separiamoci: qui tutti gli occhi ci guardano.
Mercuzio: Gli occhi furono fatti agli uomini per guardare, lasciate, dunque, che guardino; non mi muovo per il comodo di nessuno, io. (Entra Romeo)

Tebaldo: Ebbene, la pace sia con voi, messere, ecco qua il mio uomo.
Mercuzio: Ma io mi farò impiccare, messere, se egli indossa la vostra livrea. Su, andate voi per primo sul terreno, ed egli sarà al vostro seguito: allora Vossignoria potrà chiamarlo in questo senso il suo uomo.
Tebaldo: Romeo, l'amore che io ti porto, non mi sa porgere un'espressione migliore di questa: tu sei un vile.
Romeo: Tebaldo, la ragione che io ho di amarti scusa parecchio la collera insita in codesto saluto. Io non sono un vile, perciò addio:
vedo che non mi conosci.
Tebaldo: Ragazzo, questo non potrà scusare l'onta che tu mi hai fatto, perciò voltati e tira fuori la spada.
Romeo: Io dichiaro di non averti mai offeso, e ti voglio bene più di quello che tu non potrai comprendere, finché non saprai la ragione del bene che ti voglio: e questo, mio buon Capuleti (nome che io ho caro come il mio nome stesso), ti basti.
Mercuzio: O fredda, disonorante, ignobile sottomissione! Ah! la stoccata se la porterà via! (Tira fuori la spada)
Tebaldo, acchiappa- topi, vuoi fare una passeggiata?
Tebaldo: Che cosa vuoi da me?
Mercuzio: Buon re dei gatti, nient'altro che una delle tue nove vite, con la quale è mia intenzione di prendermi qualche libertà: poi, secondo il modo con cui mi tratterai in seguito, penserò a picchiare di santa ragione sulle altre otto. Vuoi prender per gli orecchi la tua spada e strapparla fuori dalla sua pelliccia? Fa' presto, che la mia non t'abbia a ronzare intorno agli orecchi, prima che la tua sia fuori.
Tebaldo: Sono a vostra disposizione. (Tirando fuori la spada)

Romeo: Caro Mercuzio, metti giù la tua spada.
Mercuzio: Orsù, signore, la vostra botta. (Si battono)

Romeo: Benvolio, fuori la spada; abbassa con un colpo i loro ferri.
Signori, risparmiate, per vergogna, questo scandalo! Tebaldo, Mercuzio, il principe ha proibito assolutamente queste zuffe per le vie di Verona. Fermo, Tebaldo; e tu, mio buon Mercuzio... (Mercuzio è colpito. Escono Tebaldo e i suoi Partigiani)

Mercuzio: Sono ferito; al diavolo le vostre due famiglie! Sono spacciato: e costui se n'è andato, e non ha nulla?
Benvolio: Che! sei ferito?
Mercuzio: Sì, sì, uno sgraffio, uno sgraffio; ma per Dio è tanto quanto basta. Dov'è il mio paggio? Va', ragazzaccio, cerca un medico. (Il Paggio esce)

Romeo: Coraggio, amico; la ferita non può essere grave.
Mercuzio: Oh no! non è profonda come un pozzo né larga come la porta di una chiesa; ma può bastare, e non ci sarà bisogno di altro.
Domandate di me, domani, e troverete che son divenuto un uomo serio, e muto come una tomba. Vi garantisco che son condito per bene per questo mondo. Maledizione alle vostre due famiglie! Per Dio! Un cane, un topo, un sorcio, un gatto, graffiare a morte un uomo a questo modo! Un fanfarone, un ribaldo, un briccone come lui, che si batte con la precisione della matematica! Perché diavolo ti sei cacciato fra noi due? Io sono stato ferito di sotto al tuo braccio.
Romeo: Pensai che tutto questo fosse per il meglio.
Mercuzio: Benvolio, aiutami a trascinarmi in qualche casa, o verrò meno qui. Maledizione a tutte e due le vostre famiglie! Esse mi hanno ridotto cibo per vermi: l'ho avuta, ed anche bella forte. Le vostre famiglie!... (Escono Mercuzio e Benvolio)

Romeo: Questo gentiluomo, prossimo parente del principe, è mio vero amico, ha ricevuto quella ferita mortale per difendere me; l'onor mio è macchiato dall'onta di Tebaldo, di Tebaldo che è divenuto mio cugino da un'ora. O mia dolce Giulietta, la tua beltà ha fatto di me un effeminato, e ha indebolito nell'animo mio la tempra del valore! (Rientra Benvolio)

Benvolio: O Romeo, Romeo, il prode Mercuzio è morto: quel generoso spirito, che troppo prematuramente ha disprezzato quaggiù la terra, ha raggiunto le nubi.
Romeo: L'oscuro fato di questo giorno pende sopra ben altri giorni ancora: questo non segna che il principio della sventura, alla quale altri giorni dovranno mettere fine. (Rientra Tebaldo)

Benvolio: Ecco qua di nuovo il furente Tebaldo.
Romeo: Vivo e trionfante! E Mercuzio ucciso! Ritorna al cielo, o riguardosa mitezza; e tu, o furia dall'occhio di fiamma, sii ora mia guida! O Tebaldo, riprenditi ora il "vile" che mi hai dato dianzi!
Poiché l'anima di Mercuzio è a poca distanza sopra le nostre teste, e aspetta che la tua vada a fargli compagnia; o tu, od io, o tutti e due, dobbiamo raggiungerlo.
Tebaldo: Tu, sciagurato ragazzo, tu che gli fosti compagno quaggiù, te ne anderai con lui di qua.
Romeo: Questa deciderà. (Si battono; Tebaldo cade)

Benvolio: Romeo, vattene, fuggi! I cittadini si levano a rumore, e Tebaldo è ucciso: non te ne stare costì stupito: se ti pigliano il principe ti condannerà a morte. Vattene fuggi! scappa!
Romeo: Oh! io sono lo zimbello della fortuna!
Benvolio: Ma perché rimani? (Romeo esce. Entrano Cittadini, eccetera)

Primo cittadino: Da qual parte è fuggito colui che ha ucciso Mercuzio?
Tebaldo, quell'assassino, dov'è scappato?
Benvolio: Eccolo là per terra quel Tebaldo.
Primo cittadino: Su, signore, venite con me; ve l'ordino in nome del principe, obbedite. (Entrano il PRINCIPE col suo Seguito; il Montecchi, il Capuleti, le loro Mogli, ed altri)

Principe: Dove sono i vili eccitatori di questa rissa?
Benvolio: Nobile principe, io posso spiegarvi lo sciagurato svolgimento di questa fatale contesa. Ecco là disteso, ucciso per mano del giovane Romeo, l'uomo che ha ammazzato il parente vostro, il prode Mercuzio.
Madonna Capuleti: Tebaldo, il mio nipote! Oh, il figlio del fratello mio! Ohimè, principe! Nipote, marito! Oh! si è versato il sangue del mio caro parente. Principe, se voi siete giusto, per il sangue nostro fate scorrere sangue del Montecchi. O nipote, nipote!
Principe: Benvolio, chi è che ha cominciato questa rissa sanguinosa?
Benvolio: Tebaldo qui morto, ucciso dalla mano di Romeo; di Romeo che gli parlava con buona maniera, che lo esortava a riflettere quanto fosse futile quella lite, e gli metteva innanzi perfino il grande dispiacere vostro: tutto questo, sebbene espresso con accento cortese, con lo sguardo tranquillo, coi ginocchi umilmente piegati, non valse a portare tregua alla rabbia sfrenata di Tebaldo, che fu sordo alla pace, finché a un tratto vibra un colpo, con l'acuto acciaio, al petto del valoroso Mercuzio. Questi, furente del pari, oppone mortalmente punta a punta, e, con marziale disprezzo, d'una mano disvia la fredda morte, dell'altra la ricaccia contro Tebaldo, la cui destrezza la respinge. Allora Romeo grida ad alta voce: "Fermi, amici! amici, separatevi!" e più veloce della sua lingua, il suo agile braccio abbassa con un colpo le loro punte fatali, ed egli si scaglia fra loro due: intanto di sotto al suo braccio una fiera botta tirata da Tebaldo colpisce la vita del valoroso Mercuzio, e Tebaldo fugge: ma tosto torna indietro verso Romeo, che proprio allora aveva accarezzato l'idea della vendetta, e alla vendetta corrono tutti e due come un lampo, tanto che prima che io avessi il tempo di tirar fuori la spada per separarli, l'accanito Tebaldo era ucciso; e poiché egli fu caduto, Romeo si volse e fuggì. Questa è la verità, e se non è, Benvolio possa morire qui!
Madonna Capuleti: Costui è un parente del Montecchi, l'affetto lo rende mendace, egli non dice il vero: almeno venti persone si sono azzuffate in questa funesta contesa, e tutte e venti insieme a stento riuscirono ad uccidere una vita. Io domando un atto di giustizia, che voi, principe, dovete compiere: Romeo ha ucciso Tebaldo, Romeo non deve avere il diritto di vivere.
Principe: Romeo ha ucciso lui, ma Tebaldo ha ucciso Mercuzio, chi, ora, dovrà pagare il suo prezioso sangue?
Montecchi: Non Romeo, Principe: egli era amico di Mercuzio; la sua colpa non ha altra conseguenza che quella alla quale avrebbe dovuto giungere la legge, cioè la morte di Tebaldo.
Principe: E per questa offesa alla legge, noi lo mandiamo immediatamente in esilio da questa città; gli effetti di questo vostro odio hanno toccato anche me: per causa dei vostri aspri litigi oggi è corso il mio sangue; ma io vi farò fare ammenda con una multa così forte, che dovrete pentirvi tutti della perdita che io ho fatto. Io sarò sordo a ragioni e a scuse; né lacrime né preghiere varranno a riscattare la violazione della legge: quindi risparmiatevele. Romeo se ne vada in fretta di qua, altrimenti l'ora in cui verrà trovato qui, sarà l'ultima della sua vita. Si porti via di qua quel corpo e sia eseguita la volontà nostra: la pietà non fa che commettere un assassinio, quando perdona a chi uccide.

(Escono)


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