Orazioni tre in salmodia metafisicale congiunte insieme - Canzone seconda

Se ha' destinato ch'io ben sparga il seme,
avrai forse voluto che ben mieta:
perché dunque si tarda il giusto fine?
Perché le stelle fai e più d'un profeta,
i tuo' doni e sc‹enze vani insieme?
Perché le forze e le voglie divine
il nemico schernisce? e le rovine,
ch'a lui si converrian, a me rivolve?
Perché tra 'l Fato un'animata terra
bestemmia e nega Dio, s'egli non erra,
e me che t'amo in tante pene involve?
Quando ignorai e negai, molto impetrai
con chi il tuo nome atterra;
or ch'io t'adoro, vo traendo guai.

Se tu già m'esaudisti peccatore,
perch'or non m'esaudisci penitente?
Perch'a Bocca, il tuo Nume dispregiante,
le porte apristi, e me lasci dolente
preda al nemico e riso al traditore?
Così m'hai dato il corridor volante?
Ogni tiranno è contra i tuoi costante,
e 'n ben trattar chi a' suo' piaceri applaude;
e tu gli amici tuoi sempre più aggravi,
e nel lor sangue l'altrui colpe lavi.
Che maraviglia se cresce la fraude
moltiplicano i vizi e le peccata?
Ché, ad onta nostra, i pravi
si vantan, che dài lor vita beata.

Io con gli amici pur sempre ti scuso
ch'altro secolo in premio a' tuoi riserbi;
e che i malvagi in sé sieno infelici,
sempre affliggendo gli animi superbi
sdegno, ignoranza e sospetto rinchiuso;
e che di lor fortune traditrici
traboccan sempre al fine. Ma gli amici,
se, quelli dentro e noi di fuor, siamo
tutti meschini, chieggon la cagione,
che fa nel nostro mal tue voglie buone;
che se gli altri enti e noi, figli d'Adamo,
doveamo trasmutarci a ben del tutto
di magione in magione,
perché non fai tal muta senza lutto?

Senza lutto se fosse, senza senso
sarian le cose e senza godimento,
né l'un contrario l'altro sentirebbe,
né ci sarìa tra lor combattimento,
né generazione, e 'l caos immenso
la bella distinzione assorbirebbe.
E pur nel punto che mutar si debbe
la cosa, uopo è che senta, perch'all'altra
resista e faccia ch'ella si muti anco,
secondo il Fato vuol, né più né manco,
chi regge il mondo. Or qui tuo Senno scaltra.
Io, teco disputando, vinto e lasso
cancello, e metto in bianco
le mie ragioni; in altro conto passo.

Solevo io dir fra me dubbiando: - Come
d'erbe e di bruti uccisi per mia cena
non curo il mal, né a' supplicanti vermi
dentro a me nati do favor, ma pena;
anzi il sol padre e terra madre il nome
struggon de' figli e i lor composti infermi;
così Dio non sol pare che s'affermi
che del mal nostro pietade nol punga,
ma ch'egli sembri il tutto; onde ne goda
trarci di vita in vita, con sua loda
che fuor del cerchio suo mai non si giunga. -
O pur, che in Dio fosse divario dolce,
dissi ragion men soda,
come in Vertunno è, che 'l nostro soffolce.

Or ti rendo, Signor, fermezza intègra:
ché i prieghi e 'l variar d'ogni ente fue
da te antevisto, e non ti è un iota nuovo,
ch'un tuo primo voler possa or far due.
D'essere e di non essere s'intègra:
per l'un la fermo, per l'altro la muovo;
che da te sia, da sé non sia, la truovo;
per sé si muta, e per te non s'annulla
la creatura; e stassi, te imitando;
e mutasi, tua idea rappresentando,
ché in infinite fogge la trastulla,
per non poterla tutta in un mostrare;
infinità mancando
a questa, nel cui male il tuo ben pare.

Le colpe di natura (ancor dichiaro),
in cui si fondan l'altre del costume,
per la continoa guerra, ch'indi avviene
che l'un l'altro non è, non dal tuo Nume,
ma dal niente origine pigliâro.
Né toglier la discordia a te conviene,
né far che l'un sia l'altro, perché 'l bene
di tanti cangiamenti sarìa spento,
né la tua gloria nota in tante forme
gioiose mentre stanno a te conforme,
dogliose mentre vanno al mutamento,
dove il niente le chiama. Ond'io veggio
che il tuo Senno non dorme;
ma io, in niente assorbito, vaneggio.

Sì come il ferro, di natura impuro,
sempre s'arruggia e 'l fabbro invita all'opra,
così le cose, dal niente nate,
tornan sempre al niente; e Dio sta sopra,
ché non s'annullin, ma di quel che fûro
in altro essere e vita sien recate.
S'e' fregia nostra colpa e nullitate,
Dio ringraziar debbiam, non lamentarci;
ed io, vie più che gli altri, che son meno,
onde di guai mi truovo sempre pieno.
Ma, se de' pannilini i vecchi squarci
carta facciam, che noi di morte rape
d'eternitade al seno,
che fia di me, se Dio di noi più sape?

- Ma perché più degli altri io fui soggetto
alle doglienze della vita nostra?
- Ché in questa o in altra aspetti miglior sorte,
e in quelli forza e in te saper Dio mostra.
- Ma perché l'una e l'altro io non ho stretto?
- Ché se' parte e non tutto. - E perché forte
fu e savio chi a Golia donò la morte?
- Quel ch'era in lui, in te non è or bisogno.
- Perché così? - Ché l'ordine fatale
ottimo il volle, che Dio fece tale.
Miser, so men quanto saper più agogno!
Miserere di me, Signor, se puoi
far corto e lieve il male,
senza guastar gli alti consigli tuoi!

Canzon, di' al mio Signor, ch'io ben conosco
ch'ogni cosa esser puote
migliore a sé, ma non all'universo;
ch'e' già sarìa disperso,
se uguali al sol fussero l'altre ruote
del mio desir non vòte.
Ma più ho da dirli. Aspetta
la tua terza sorella, che non tarda;
sarai in mezzo eletta
e più a grazia impetrar forse gagliarda.