Orazioni tre in salmodia metafisicale congiunte insieme - Canzone terza

Vengo a te, potentissimo Signore,
sapientissimo Dio,
amorosissimo Ente Primo ed Uno:
miserere del nostro antico errore;
cessi omai l'uso rio;
non sia più l'uno all'altro uomo importuno;
tornin, dove io gli aduno,
alla Prima Ragion tua; donde errando,
siamo trascorsi a diverse menzogne,
talché ognun par ch'agogne
farsi degli altri dio, gli occhi abbagliando
al popol miserando,
già di cieca paura
sforzato a perseguir chi ben gli adduce;
ond'io sto in sepoltura,
perché lor predicai la prima luce.

Per l'Unità ti priego viva e vera,
per cui disfarsi stimo
la discordia, la morte e l'empio inganno;
per la Possanza universal primera,
e per lo Senno primo
e per lo primo Amor, ch'un ente fanno:
togliene omai quel danno,
che da valor, da senno e d'amor finti,
tirannide, sofismi, ipocrisia,
spande pur tuttavia;
che l'alme e i corpi a pugna cieca ha spinti
fra lacci e laberinti,
ove par che sia meglio
non veder l'uscio a chi forza non have;
e me n'hai fatto speglio,
quando senz'arme m'hai dato la chiave.

Per le medesme eminenze ch'io soglio
dir di se stesse oggetti,
essenza, verità e bontade insieme,
ti prego, s'io di maschere le spoglio,
quella colpa rimetti,
che tôrre i falsi dèi dall'uman seme
vantansi, e più ci preme.
Chi vide ch'unquanco in terra si faccia
il tuo voler, sì come si fa in Cielo?
chi d'ignoranza il velo,
chi il giogo sotto gli empi, che n'allaccia,
in fatti rompe o straccia?
Sol libertà può farci
forti, sagaci e lieti. E 'l suo contrario
valere a consumarci
di sei milia anni mostra il gran divario.

Poi ti prego, ti supplico e scongiuro
per l'influenze magne,
Necessità, Fato, Armonia, che 'l regno
dell'universo mantengon sicuro,
tue figlie, non compagne;
per lo spazio, ch'è base al tuo disegno;
per la mole all'ingegno,
pel caldo e per lo freddo, d'elementi
gran fabbri, e per lo cielo e per la terra,
pe' frutti di lor guerra;
pel tempo e per le statue tue viventi,
stelle, uomini ed armenti
per tutte l'altre cose;
per Cristo, Senno tuo, Prima Ragione,
che dalle sorti ascose
spezzi la crudel mia lunga prigione.

Se mi sciogli, io far scuola ti prometto
di tutte nazioni
a Dio liberator, verace e vivo,
s'a cotanto pensier non è disdetto
il fine a cui mi sproni;
gl'idoli abbatter, far di culto privo
ogni dio putativo
e chi di Dio si serve e a Dio non serve;
pôr di ragione il seggio e lo stendardo
contra il vizio codardo;
a libertà chiamar l'anime serve,
umiliar le proterve.
Né a' tetti, ch'avvilisce
fulmine o belva, dir canzon novelle,
per cui Siòn languisce.
Ma tempio farò il cielo, altar le stelle.

Deh! risorga a pietà l'Amor eterno,
e l'infinito Senno
proponga l'opra al gran Valor immenso,
che il duro scempio del mio lungo inferno
vede senza il mio cenno:
sei e sei anni, che 'n pena dispenso
l'afflizion d'ogni senso,
le membra sette volte tormentate,
le bestemmie e le favole de' sciocchi,
il sol negato agli occhi,
i nervi stratti, l'ossa scontinoate,
le polpe lacerate,
i guai dove mi corco,
li ferri, il sangue sparso, e 'l timor crudo,
e 'l cibo poco e sporco;
in speme degna di tua lancia e scudo.
Farsi scanni gli uman corpi a' giganti,
gli animi augei di gabbia,
bevanda il sangue, e di lor prave voglie
le carni oggetto, e le fatiche e i pianti
giuoco dell'empia rabbia,
maniche a' ferri usati a nostre doglie
l'ossa, e le cuoia spoglie;
de' nostri sensi, testimoni e spie
false contra noi stessi; e ch'ogni lingua
l'altrui virtute estingua,
e fregi i vizi lor con dicerie,
vedrai da queste arpie
più dal tuo tribunale.
Che pel tuo onor, mia angoscia se non basta,
ti muova il comun male,
a cui la providenza più sovrasta.

Se favor tanto a me non si dovea
per destino o per fallo,
sette monti, arti nuove e voglia ardente
perché m'hai dato a far la gran semblea,
e 'l primo albo cavallo,
con senno e pazienza tanta gente
vincere? Dunque, mente
tanto stuol di profeti che tu mandi?
ed ogn'anima santa, che già aspetta
veder la tua vendetta,
falsa sarà per gloria di nefandi?
Più prodigi e più grandi
il tuo Nume schernito,
qual muto idolo, agogna oggi, che quei
ch'i mostri han sovvertito
di Samaria, d'Egitto e di Caldei.

Tre canzon, nate a un parto
da questa mia settimontana testa,
al suon dolente di pensosa squilla,
ch'ostetrice sortilla,
ite al Signor, con facce e voce mesta
gridando miserere
del duol, che 'l vostro padre ange e funesta.
Né sia chi rieda a darmi altra novella
dal Rettor delle sfere
che 'l fin promesso dell'istoria bella
(sia stato falso o vero il messaggiere),
cantando: - Viva, viva Campanella! -